What We See While We Run

What We See While We Run
Visualizzazione post con etichetta Ultra Trail. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ultra Trail. Mostra tutti i post

venerdì 20 giugno 2014

Ultra Trail di Celano 2014 - 64 Km - 4000 D+ - Lassù dove volano i grifoni.

Lassù dove volano i grifoni.


Voltaire diceva: "Se abbiamo bisogno di leggende, che queste leggende abbiano almeno l'emblema della verità! Mi piacciono le favole dei filosofi, rido di quelle dei bambini, odio quelle degli impostori!".
Si parla spesso di trail famosi per la loro difficoltà, di gare ai limiti dell’impossibile, di sfide organizzate per gli eroi. E’ così che si creano le leggende. A volte per un’aurea particolare, altre perché meritate, alcune costruite maliziosamente per attirare l’attenzione, altre ancora che non sono all’altezza delle aspettative o non lo sono più come un tempo.


Il trail a Celano, però, è qualcosa di diverso. Nato nel 2010 con una gara di 30 km, si è passati ai 43 km del 2012, fino a diventare l’ultra trail di 64 km con dislivello positivo di 4000 metri di questa quinta edizione 2014. Ogni anno un percorso diverso, ogni anno più difficile, ogni anno un qualcosa in più. Per creare una sfida sempre più dura per gli atleti, verrebbe da dire. Ma non è così. Non solo, almeno. Non si tratta di una questione di numeri sempre più alti per allettare i più forti, i più impavidi, i più pazzi. C’è qualcosa altro. E quel qualcosa lo si capisce mentre si corre: la bellezza della natura è direttamente proporzionale alla sua spietatezza. Una cosa che sanno bene i trailrunners. Lo sanno bene i partecipanti di questa gara che fina dalla prima edizione non riescono più a fare a meno di tornare ogni anno per rivederne luoghi e scoprirne di nuovi (perché le risorse di questa zona sono incredibili). E lo sanno ancora meglio gli organizzatori della Celano Ultratrail che amano questo posto e che con questo assunto hanno creato quello che in molti, all’arrivo, hanno definito “L’ultratrail più cattivo d’Italia”. Quindi potete immaginare.
Ma andiamo per ordine.
Le condizioni meteorologiche sono un’incognita. Se ne parla da settimane. E arrivati al momento della punzonatura si dice che comincerà a piovere da mezzogiorno per tutto il pomeriggio. Beh, guardiamo il lato positivo, partendo alle cinque del mattino abbiamo almeno sette ore di gara all’asciutto. Quel che accadrà dopo, lo affronteremo strada facendo. Un passo alla volta.



Si parte dal castello di Celano e come ogni anno si comincia alla grande in tutti i sensi, percorrendo i primi 1100 metri di quota in sette chilometri di salita per raggiungere la vetta del monte Serra a 1943 mt. Un’arrampicata vertiginosa che è ormai un classico marchio di fabbrica di questa competizione e ti mostra fin da subito quel rapporto diretto tra bellezza e durezza: quel che abbiamo intorno è stupefacente, ma non ci si può distrarre, bisogna mettere tutto noi stessi per riuscirlo ad affrontare. Un coinvolgimento totale, esclusivo, estraniante e liberatorio.
Sulla cima si prende fiato, ci si gode la magnificenza del panorama a 360° da togliere il fiato e si riparte correndo in cresta.




E per ogni cima raggiunta c’è sempre dietro una discesa… e poi un’altra salita. Lasciamo andare le gambe sul prato verdissimo verso Ovindoli tornando a 1350 mt di quota per poi ricominciare a salire tornando a toccare i 1850 mt al trentesimo chilometro.
Da qui, la vera novità di quest’anno: scendiamo verso il letto del torrente “Le Foci” per arrivare alle famose Gole di Celano.



Uno scenario davvero suggestivo dove, tra le pareti rocciose del canalone, sembra di correre inghiottiti dalla montagna. Ma bisogna fare attenzione: il fondo di rocce levigate e scivolose costringono a rallentare e a mantenere alta la soglia dell’attenzione per non cadere.



Il meteo ci ha azzeccato. A mezzogiorno, ricominciamo a risalire verso la Val d’Arano attraverso il ripido sentiero nel bosco che ci ripara a stento da una pioggia battente. Siamo al 38° chilometro e pensare di affrontare la corsa con queste condizioni meteorologiche è fisicamente e mentalmente provante. L’idea di non riuscire a portare a termine la gara è un pensiero che va scrollato di dosso con un colpo di testa insieme alla pioggia. Del resto, è nelle condizioni peggiori che si trova la sfida e il mantra da ripetersi è che non vorremmo essere in nessun altro posto se non in questo. L’abbiamo voluto noi, quindi stingiamo i denti e proseguiamo.
La tenacia, a volte, premia gli impavidi e usciti dal bosco, quando abbiamo quarantaquattro chilometri nelle gambe, la pioggia ci dà un po’ di tregua proprio all’inizio della durissima salita che si inerpica fino alla cima del Monte Etra sulla quale possiamo arrampicarci col benestare del tempo. 
Una concessione che ci fa sentire fortunati, dato che la scalata è davvero impegnativa e sembra non finire mai. Alziamo gli occhi al cielo e lassù, sopra la vetta vediamo i grifoni volteggiare come se ci stessero aspettando. Una sensazione incredibile e surreale che ci dà la forza per aggrapparci con tenacia alle rocce ruvide, ma decorate da splendidi fiori viola e gialli che sembrano confermare ancora una volta il senso assoluto della natura: bellezza e durezza.

Arrivati sulla cima, a 1818 mt di altitudine, percorriamo la cresta con lo strapiombo alla nostra sinistra che dà le vertigini, fino ad arrivare ai prati di Popoli. 




Ricominciamo a scendere raggiungendo il fondovalle con la pioggia che ricomincia a farsi sentire come un compagna di corsa che ci ha ripreso e con la quale è inevitabile condividere un tratto di strada. Stringiamo i denti e speriamo che si stanchi presto.
Torniamo verso il monte Serra correndo la strada sotto la sua cresta. Le nubi si diradano. Sulla via del ritorno la pioggia ha reso diversi punti tanto fangosi da non riuscire a correre. La malta si attacca alla suola delle scarpe che affondano e si appesantiscono, mentre i tratti in discesa sono diventati pericolosamente scivolosi.
Gli ultimi cinque chilometri sono un divertente single track di saliscendi in mezzo al bosco che sembra premiare le nostre fatiche.


All’arrivo, l’entusiasmo di essere riusciti a portare a termine quest’avventura fa dimenticare quanto dure siano le gambe dopo 64 km con questi dislivelli e con queste avversità meteorologiche. Una sensazione quasi estatica cancella per qualche momento la sofferenza fisica e passando sotto il traguardo, ripercorri velocemente tutto quel che hai attraversato. Non riesci a crederci. Un’esplosione di emozioni che si susseguono accavallandosi l’una sull’altra. E sotto lo striscione gonfiabile, accolto dall’entusiasmo degli organizzatori, dei volontari, degli abitanti di Celano e degli altri corridori, non riesci a smettere di sorridere. A stento te ne rendi conto: ce l’hai fatta. Hai portato a termine l’Ultratrail di Celano.



Un’impresa che ha dell’epico. E che solo chi ama incondizionatamente questi luoghi era in grado di concepire. E a pensarci bene, coinvolto da quell’accoglienza, ripensando al percorso perfettamente segnalato, all’assistenza puntuale, alle parole di conforto e incitamento ai ristori, beh, l’impresa l’hanno fatta loro: chi l’ha sognata, progettata e realizzata con passione. Una passione per l’incredibile patrimonio naturale impervio e bellissimo che offre questo luogo e che con questo spietato trail, i mountain runners hanno l’opportunità e il privilegio di confrontarsi.
Spesso una leggenda prende vita proprio nelle storie che le persone si raccontano a vicenda. Ma non c’è bisogno di rendere leggendario qualcosa come questo. Perché qui non c’è bisogno della fantasia per mitizzare questa gara. Tra le corse in montagna, per quanto giovane sia, quella di Celano, mitica lo è già diventata ormai, a detta dei suoi partecipanti e dei concorrenti più forti, come l’ultratrail più cattivo d’Italia.

di Beniamino Cavalli

domenica 17 novembre 2013

Ultra Trail della Baronia - Pionieri del Gran Sasso 2012

Ita/Eng
Se cercate la parola limite nel dizionario leggerete, tra le altre, la definizione di punto, grado o livello a cui può giungere qualcosa. Si tratta dell’estremo massimo che conosciamo oltre il quale si passa a una condizione diversa da quella normale. Oltre il limite c’è una nuova esperienza. Esattamente ciò che rincorre un corridore.
E’ questo che ci ha mossi ad affrontare l’Ultra Trail della Baronia - Pionieri del Gran Sasso, una gara di 58 km nel suggestivo scenario delle montagne abruzzesi tragicamente colpite dal sisma del 2009. E, a distanza di tre anni e mezzo, le condizioni critiche in cui si ritrovano i paesi di questa zona si possono notare fin dalla partenza, nella piazza di Barisciano, dove alcuni edifici sono ancora puntellati con travi di legno.
Si parte alle 7 del mattino in autosufficenza idrica e alimentare, con l’obbligo di portare telefono cellulare ed equipaggiamento contro la pioggia. Usciti dal paese si comincia fin da subito a salire gradualmente. 
L’aria pungente del mattino è rinvigorente e il paesaggio si rivela immediadamente l’aspetto più importante da godersi. Non a caso chiamano tutta questa zona “il piccolo Tibet”. La strada è lunga e bisogna dosare le energie. 
Si corre bene sulle strade brecciate e ognuno cerca di trovare il proprio passo. Sarà la suggestione di questi luoghi, l’altura, l’emozione di una gara così estrema, ma il cielo sembra più vicino. 
Le nuvole non promettono niente di buono, ma si muovono velocemente e non destano ancora alcuna preoccupazione. Le gambe macinano passi e lo scenario circostante si modifica continuamente, in maniera morbida, man mano che avanziamo. 
Il cielo si fa plumbeo e al primo vero strappo verso l’alto, una sferzata di vento freddo ci viene incontro e ben presto comincia a piovere. Ricorrere fin da subito al kway, non predispone bene mentalmente: vien da pensare che il rischio sia di affrontare tutti i chilometri di gara sotto l’acqua. Un’idea disarmante da combattere cercando di concentrarsi sulla strada. 
Il primo ristoro si trova dopo circa 15 km nel paese di Santo Stefano di Sessanio un luogo che ha del magico nonostante anche questo mostri palesemente le conseguenze del terremoto. Sembra di essere fuori dal mondo. 
La pioggia da una tregua e la temperatura è ottimale tanto da permetterci di liberarci delle incerate. Raggiunto Castelvecchio vediamo in lontananza arroccata sulla montagna il nostro prossimo obiettivo Rocca Calascio ai piedi del quale potremo considerarci circa a metà percorso. Qui il cielo si apre e il sole accompagna la nostra salita. 
Abbiamo nelle gambe circa 27 km, ma la voglia di proseguire ridimensiona la stanchezza che probabilmente sentiremmo in un’occasione diversa. L’importante è alimentarsi e idratarsi costantemente, prima che le energie si esauriscano. 
Lo scenario che ci regala la natura è sorprendente e raggiunta la Rocca, oltre la cima, si apre, sul versante opposto, una vista ancor più entusiasmante: una discesa tra rilievi così armoniosi da buttarcisi a capofitto. Correre in questo contesto è una sensazione di continua meraviglia. 
In lontananza vediamo la cima del Gran Sasso. Procediamo verso Campo Imperatore. Le gambe cominciano ad accusare i primi segni di stanchezza, ma continuano a correre. La testa, per fortuna, è distratta da tutto quel che c’è intorno, ma per chi, come me, non ha mai affrontato una distanza così lunga, la reazione sia fisica che mentale è un’incognita. Superare il limite di tempo e di spazio mai affrontato prima dal proprio fisico in una corsa è qualcosa difficile da gestire. Da qui non so cosa mi aspetterà. Quel che si può solo fare è mettere un passo davanti all’altro. Correre e non pensare alla fatica. 
Ricomincia a piovere e questa volta il vento è ancora più freddo. Davanti a noi il cielo non da molte speranze e la prospettiva di affrontare gli ultimi quindici chilometri in queste condizioni climatiche è disarmante. Ma non ci si può arrendere. Fermarsi o rallentare significherebbe allungare la sofferenza, raffreddare i muscoli e garantirsi un bel malanno. Per qualche istante viene da chiedersi chi ce l’abbia fatto fare, ma è un pensiero da cancellare immediatamente. Bisogna trovare interiormente la forza di continuare, adattarsi, vincere ogni forma di abbattimento mentale. 
 Da Campo Imperatore, la catena montuosa del Gran Sasso è ancor più suggestiva. 
Ci infiliamo in un canyon, il letto di un fiume prosciugato il cui fondo è diventato sabbioso a causa delle piogge. E’ sempre più dura. Tuttavia, l’incredulità di ritrovarsi in un luogo del genere spinge a vivere questa avventura estrema fino alla fine. 
Si sale ancora, si scala, quasi, una parete ripida in cima alla quale, sappiamo, avremo terminato l’ultimo picco. Ancora un po’ di determinazione. Da qui in poi, si scenderà fino all’arrivo. Dalla sommità vediamo Castel del Monte, la nostra destinazione. E per fortuna smette di piovere. 
La discesa, però è davvero impegnativa e le anche e le ginocchia cominciano a non poterne più. Alcuni corridori zoppicano, ma non mollano. 
Manca poco e, nell’ultimo tratto, la strada permette di correre liberamente. Si stringono i denti perché è così che vogliamo giungere all’arrivo, correndo. E, inaspettatamente, in un angolo recondito del corpo, si ritrova la riserva che permette di farlo. La visione del traguardo da una sferzata di euforia che fa allargare un sorriso pieno di soddisfazione sui nostri volti. Al termine, non ci si rende nemmeno conto di ciò che si è compiuto, lasciando a dopo, il tempo di rielaborare l’esperienza appena portata a termine. Cosa ne ricava ognuno è qualcosa di estremamente personale. 
Il fine di ogni corridore è nell’esperienza stessa. Ma ancor più della gara, sono questi luoghi magici a riportarmi alla mente frase di Ignazio Silone in “Pane e vino”: “L'uomo non esiste veramente che nella lotta contro i propri limiti.”



If you look in the dictionary the word “limit” you read, among others, the definition of “point, grade or level at which something can reach”. It’s the extreme maximum we know, beyond which we switch to a different condition than normal.  Over the limit there's a new experience. Exactly what chases a runner.
That 's what motivated us to deal with the Ultra Trail of Baronia - Pionieri del Gran Sasso, a race of 58 km in the picturesque scenery of Abruzzo mountains tragically affected by the earthquake of 2009. And, after three years and a half, we can see the critical conditions where the countries in this area are, from the start, in the square of Barisciano, where some buildings are still propped up with wooden beams.
We starts at 7 am self-sufficiency in food and water, with the obligation to carry mobile phones and equipment against rain. We began to rise gradually. The keen air of the morning is invigorating and the landscape is revealed immediately the most important aspect to enjoy. No coincidence that all call this area "the little Tibet". The road is long and we have to measure out our energy. We can run well on the white roads and everyone tries to find their own pace. It will be the charm of these places, the height, the thrill of a race so far, but the sky seems to be closer. The clouds do not promise anything good, but move quickly and do not cause any concern yet. The legs grind steps and the surrounding scenery changes continuously, so soft, as we go along. The sky is leaden and at the first climb, a blast of cold wind comes to meet us, and soon begins to rain. Use immediately to kway, does not prepare well mentally you to think that the risk is to face all the kilometers of the race under water. A disarming idea to fight trying to concentrate on the road. The first refreshment is located approximately 15 km in the village of Santo Stefano di Sessanio a place that has something magical although even this shows clearly the consequences of the earthquake. It seems to be out of this world. The rain gives a truce and the temperature is optimal so we can get rid of kways. Reached Castelvecchio we can see in the distance, perched on the mountain, our next goal Rocca Calascio at the foot of which we consider ourselves about halfway. Here, the sky opens up and the sun follows our climb. We in the legs about 27 km, but the desire to continue resize the fatigue that probably would feel in a different occasion. It’s important to eat and hydrate constantly, before the energy runs out. The scenario that gives us nature is amazing and reached the fortress, over the top, it opens on the other side, a view even more exciting: a descent between reliefs so harmonious to run headlong. Running in this context is a continuous sensation of wonder. In the distance we see the top of Gran Sasso. We proceed to Campo Imperatore. The legs begin to suffer the first signs of fatigue, but continue to go. The head, fortunately, is distracted by all that is around, but for those who, like me, has never faced such a long distance, both physical and mental reaction is unknown. Exceed the limit of time and space never faced before by your body in a race is something difficult to manage. From here I don't know what to expect. What i can do is just put one foot before the other. Run and not think about the effort. It starts to rain and this time the wind is even colder. In front of us the sky doesn't give us much hope and the prospect of facing the last fifteen miles in these conditions is disarming. But we can't give up. Stop or slow down would mean lengthen the suffering, cool muscles and ensure to get ill. For a moment you wonder who has it done to do, but it's a thought to be deleted immediately. We must find the inner strength to continue, adapt, overcome every form of mental dejection. From Campo Imperatore, Gran Sasso mountain range is even more striking. We go to a canyon, the bed of a dry river whose bottom has become sandy due to the rains. It 's always harder. However, the disbelief of being in a place like this pushes us to live this extreme adventure until the end. We go up again, almost climbing a steep wall on top of which, we know, we finish the last peak. A little determination. From here on, we will go to the finish. From the top we see Castel del Monte, our destination. And fortunately the rain stops. The descent, however, is very challenging and hips and knees start to not take it anymore. Some runners limp, but don't give up. The last section of the road allows us to run freely. We clench our teeth because that's how we need to get to the arrival, running. And, unexpectedly, in a hidden corner of the body, we find the reserve that allows us to do so. The vision of the goal gives us a burst of euphoria that is spread a smile of satisfaction on our faces. At the end, you are not even aware of what we have accomplished, leaving to after, the time to rework the experience just completed. What it mean to everyone is something very personal. The goal for each runner is in the experience itself. But even more than the race, are these magical places that brought me back to my mind phrase Ignazio Silone in "Bread and Wine": "The man does not really exist than in the fight against its limits."

3^ Eco Trail Serra di Celano 2012

Text: Italian/English
"Ogni cima che raggiungi non è altro che una tappa intermedia." Seneca
Sembra quasi che si siano ispirati a questa frase gli organizzatori dell'Ecotrail Marathon di Serra di Celano, definita la più dura del Centro Italia.
Appena ci si avvicina al paese, il Monte Serra ci sovrasta. L’occhio corre immediatamente verso la sommità, a cercarne la vetta a 1.943 metri di quota. E' lassù che dovremo arrivare al settimo chilometro di gara.  L’imponenza della montagna incute un misto di soggezione e rispetto. E se anche il primo pensiero è: “Chi me l’ha fatto fare?”, la bellezza della cima, nitida in questa giornata di cielo blu terso, alimenta il nostro spirito di avventura e la determinazione a raggiungerla. 
Alla partenza, fuori dalle mura del Castello di Celano, i partecipanti hanno tutti il naso all’insù. Molti si scaldano, scherzano, esorcizzano la fatica che li aspetta, si confrontano, ascoltano chi era presente l’anno scorso quando i chilometri erano dieci in meno, altri controllano l’equipaggiamento. E’ obbligatorio portare con sé riserva idrica, alimentare e telefono cellulare.
Sono passate da poco le 8 e i 129 partecipanti muovono i primi passi di questi 43 km di gara.
Si entra nelle mura del castello quasi a salutare il padrone di casa e si esce dalla cittadina attraverso un breve tratto d'asfalto in leggera salita.
 Quindi è il momento di entrare nella pineta ai piedi della montagna.
Il single track è divertente e correre al riparo degli alberi è davvero piacevole. Quando la salita si fa più ripida, si smette di correre e bisogna arrampicarsi. Da qui, oltre il bosco, si vede Pescina, il paese di Ignazio Silone.
Usciti dalla selva, cominciano le rocce. Si sale sempre di più. Ci inerpichiamo aiutandoci spesso con le mani. Il panorama è incredibilmente suggestivo, ma bisogna fare attenzione agli appoggi.
Al fontanile di San Vittorio, dopo 5 Km, l'acqua fresca di sorgente è rinfrancante.
Mancano 2 Km alla cima e dopo una spianata in salita corribile, comincia una scalata quasi verticale. La quota raggiunta si fa sempre più alta e voltandosi indietro si vede il castello da dove siamo partiti.
Un vento forte allevia la calura del sole battente.
Arrivati alla croce sulla vetta della Serra di Celano si allargano i sorrisi, e la stanchezza viene subito cancellata dall’entusiasmo di essere lì, come se trovassimo il senso di quello che stiamo facendo.  Lo sguardo si perde nell’orizzonte a 360°, senza nessun ostacolo a impedire la visuale. E’ incredibile! E' qui che viene in mente la frase di Seneca: come nella vita, questa cima raggiunta è solo una tappa intermedia. E per quanto duri, abbiamo fatto appena 7 km.
Proseguiamo correndo sulla cresta della montagna. Una sensazione incredibile, forse l’apice dell’esperienza di un corridore.
Si scende e si allungano le gambe più liberamente, lasciandoci il Monte Serra alle spalle. Da qui, su un misto di strade sterrate e prati, corriamo più agevolmente.
Passiamo vicino a un maneggio ed è strano incrociare cavalli sellati che passeggiano tranquillamente, mentre noi ci affanniamo a macinare quanta più strada possibile. Il caldo si fa sempre più forte, man mano che le ore passano.
Arriviamo in Val d’Arano ed entriamo nuovamente in un bosco in salita. I muscoli delle cosce cominciano a lamentarsi. Ma la strada sterrata che segue permette di allungare il passo  fino al Monte Etra.
Noi di A Striped Sailor Shirt, questa volta non ce l’abbiamo fatta e ci siamo ritirati al 22° Km, ma il racconto seguente è stato possibile grazie a un membro del nostro team di corsa che ha portato a termine questa gara ai limiti delle possibilità umane.
Dopo il Monte Etra, le cose si fanno sempre più difficili. La discesa oltre la vetta è davvero impegnativa, le rocce sono messe di taglio ed è difficile trovare un buon appoggio dei piedi. E’ una situazione tesissima e la stanchezza non aiuta. Il sole è perpendicolare e il caldo è ormai un elemento sempre più impegnativo. Bisogna idratarsi continuamente. 
Ai piedi della discesa si prende la via Romana e si comincia a tornare indietro. Mancano una decina di chilometri. A rinfrancare c’è lo scenario intorno.
Si potrebbe correre bene adesso, ma non tutti ce la fanno. Le forze sono prossime all'esaurimento e le gambe rispondono a fatica. Ci si ripete continuamente di tener duro, fino alla fine. E quando si intravede l'asfalto che porta a Celano, e il paese sempre più prossimo sotto gli occhi, si ha l'illusione di essere quasi al termine. Ma non è così, mancano ancora quattro, forse cinque chilometri, prima di scendere di quota e considerarsi davvero vicini all'arrivo. Uno scherzo disarmante, considerata la stanchezza accumulata, che mette ulteriormente alla prova la determinazione. Il traguardo si taglia allo stremo delle forze, ma ciò che si è portato a termine è una vera e propria impresa.
Un’esperienza unica, gestita davvero bene da un’organizzazione che ha lavorato con attenzione e una vera, profonda passione che ricorda la frase di Jon Krakauer in "Nelle Terre Estreme":
"Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura.".





"Each top you reach is just an intermediate step." Seneca
The Celano’s Ecotrail Marathon organizers seem almost being inspired by this phrase to prepare the toughest trail race in Central Italy.
As we approach the village, we can see Monte Serra above us. The eye immediately runs to the summit, to look its summit at 1,943 meters altitude. It 's up there that we’ll get to the seventh kilometer race. The grandeur of the mountain inspires a mixture of awe and respect. And if the first thought is: "Who made me do?", the beauty of that peak, clear in the bright blue sky, feeds our spirit of adventure and determination to achieve it. 
At the start, outside the walls of Celano's Castle, all the athletes are looking upwards. Many joke to exorcise the trouble that awaits them, confront each others, listen to those who were present last year when the miles were ten less, others check their equipment. We have to carry spare water, food and a cellular phone. 
A little after 8, 129 trail runners take their first steps of these 43 km race. We enter in the castle walls almost like to greet the host and exit the town through a short stretch of paved road uphill. So we get in the pine forest at the foot of the mountain.
The single track is fun and run to the shelter of the trees is really nice. When the slope becomes steeper, we stop running and start to climb. From here, beyond the forest, we can see Pescina, born town of Ignazio Silone. Leaving the forest, the rocks begin, we go up and up. We climb often with helping hands. The landscape is incredibly beautiful, but we have to be careful where we put our feet. The water of the St. Victor fontain, after 5 km, is refreshing.
We are at 2 km to the summit and after a plateau to run, it starts a climbing wall almost vertical. The obtained value is getting higher and looking back we see the castle from where we started. Going up a strong wind relieves us by the heat of sunlight. Arriving at the cross on the summit of the Serra di Celano we widen the smiles, and fatigue is immediately canceled by the excitement of being there, as if we had finded the sense of what we're doing. The gaze is lost in the horizon at 360 °, without any obstacle to block the view. It 's amazing! And here come to mind the words of Seneca: as in life, this reached peak is just an intermediate step. And however hard, we did just 7km.
We continue running on the crest of the mountain. An incredible feeling, perhaps the pinnacle of the experience of a runner.
We can stretch our legs more freely going downhill and leaving behind the Monte Serra. From here, on a mix of dirt roads and fields, we run more smoothly. We spend close to an equestrian center and it's quite strange to see saddled  horses strolling quietly while we run to grind as much road as possible. Hours are passing and the heat is getting stronger. We arrive in Val d'Arano and enter again into the woods uphill. The thigh muscles begin to complain. But the dirt road that follows allows you to lengthen the step up to Mount Etra.
We at A Striped Sailor Shirt, this time we done it and we both retired here, after 22 km, but the following report has been possible thanks to a member of our team of travel that has completed this race to the limits of human possibilities.
After Mount Etra, things get increasingly difficult. The descent after the top is really challenging, the rocks are made of cut and it's hard to find a good footrest. It 'a very tense situation and fatigue doesn't help. The sun is perpendicular and the heat has become an increasingly challenging. It must be constantly hydrated. At the foot of the descent, take the Roman road and it begins to turn back. Ten kilometers to the goal. The good thing is the landscape around. Athletes could run fine now, but not all make it. The forces are close to exhaustion and the legs don't reply in the right way. Each survived runner is repeating himself continuously to hold out until the end. And when it spots the asphalt that leads to Celano, and the country increasingly coming under the eyes, everyone has the illusion of being near the end. But not so, there are still four, maybe five kilometers, before descending to altitude and think to be close to arrival. A disarming joke, with the accumulated fatigue, which further tests the resolve. The finish line is cut at the end of strength, but what has been completed is a real feat.
A unique experience, very well managed by an organization that has worked with care and a true, deep passion that recalls the words of Jon Krakauer in "Into the Wild":
"The very basic core of a man's living spirit is his passion for adventure".